A Macerata non solo orti per coltivare l’accoglienza

Sette beneficiari del GUS ricevono l’attestato di partecipazione al progetto “A mano a mano”

A mano a mano per “coltivare” la cultura dell’accoglienza nella città di Macerata sono stati sette ragazzi originari del Mali e del Senegal. I loro nomi sono Coulibaly Mody, Makan Dansoko, Modibo Kante, Mohamed Abdirisack, Mussa Kone, Oumar Dabo e Sadio Diallo, inseriti nel progetto di accoglienza ex Sprar ora Siproimi “MaceratAccoglie”, che hanno ricevuto gli attestati per le attività di volontariato negli orti sociali gestititi dall’Auser. 

Lo scopo del progetto, che si chiama “A mano a mano”, è la promozione dell’inclusione sociale e delle relazioni personali attraverso lavori di giardinaggio, manutenzione, cura del verde e gestione dell’orto condiviso insieme al personale volontario dell’Auser. 

Sono stati letteralmente loro ad aver piantato i semi per costruire una nuova narrativa sia del fenomeno migratorio che delle politiche dell’accoglienza, anche in un contesto ufficiale come la cerimonia di conferimento degli attestati di partecipazione al progetto, a cui hanno presenziato anche il sindaco del Comune di Macerata, Romano Carancini, l’assessore alle Politiche sociali, Marika MarcoliniSusanna Mari, coordinatrice del Gus.

Foto di Martina Romano

Tra gli elementi che hanno contribuito al successo di questa iniziativa vi è sicuramente il fatto che le sue fondamenta poggiano sulla base volontaristica. «I ragazzi che hanno partecipato non sono stati obbligati a farlo.– ha sottolineato Susanna Mari a margine dell’incontro – Hanno scelto di partecipare in modo del tutto spontaneo e questo ha avuto degli effetti positivi sul progetto proprio per la costruzione del senso di comunità tra le persone che hanno preso parte all’iniziativa: i beneficiari ma anche i volontari dell’Auser –».

Il volontariato, troppo spesso, quando viene fatto svolgere ai beneficiari di analoghi progetti di prima o seconda accoglienza, viene interpretato dalle istituzioni come una “restituzione” che i ragazzi “sono in dovere” di fare alla comunità di approdo o accoglienza in cambio dell’assistenza ricevuta. 

Occorre ricordare che i servizi che i beneficiari ricevono poggiano su un loro diritto e sul loro status di richiedenti o titolari di protezione internazionale. Può capitare infatti di assistere al coinvolgimento “quasi obbligato” operato da parte delle istituzioni con l’intento di avere manodopera gratuita per realizzare servizi di pubblica utilità – che le amministrazioni dovrebbero erogare a prescindere dalla presenza o meno di progetti di accoglienza sul loro territorio –.

Non è certo con l’obbligatorietà del reclutamento in simili progetti che si costruisce l’integrazione e si favorisce lo scambio tra culture differenti. Il progetto “A mano a mano” testimonia proprio questo: che il successo delle politiche di accoglienza passa da una libera scelta e volontaria di scambio e confronto con le comunità da entrambi i lati (quello di chi accoglie e di chi approda).

Foto di Martina Romano